E’ il piatto che quasi mai manca sulle tavole di Napoli alla vigilia di Natale o nel cenone del 31 dicembre: ma perché e quando il
capitone è diventato una tradizione delle vigilie a Napoli e un po’ in tutto il Sud. Come quasi tutti sapranno, il capitone è la femmina dell’anguilla, in particolare una femmina dalla grandi dimensioni. Presente nelle tradizioni culinarie di molte regioni d’Italia, rappresenta un piatto tipico della vigilia di Natale o di quella di Capodanno. Usanza vuole che sia acquistato ancora vivo in pescheria e sia ‘sgozzato’ poi in casa, spesso dando vita a veri e proprio inseguimenti in tutta la cucina: come non fare un cenno all’indimenticabile scena di Natale in Casa Cupiello dove il capitone riesce a fuggire gettandosi giù dalla finestra, non prima di aver generato il caos in cucina per provare a prenderlo.
Capitone fritto a Capodanno: l’origine della tradizione
Ma da dove nasce la tradizione del
capitone fritto nel
menu di Capodanno? Si tratterebbe di un atto simbolico, di un simbolo di buon auspicio che trae la sua origine direttamente dalla Bibbia. Ebbene sì, perché il capitone ha una forma molto simile a quella del serpente, simbolo del diavolo e colpevole di aver fatto cadere in tentazione Adamo ed Eva, spingendo quest’ultima a mangiare la mela del peccato. Ebbene, mangiare l’anguilla il 31 dicembre è un po’ come mangiare il serpente e quindi il male: un gesto simbolico per scacciare via la cattiva sorte e accogliere la benevolenza in casa. Una tradizione che arriva da molto lontano: già in antichità, si pensava che mangiare il capitone potesse scacciare via il male. All’epoca di Virgilio e Seneca si raccontava di riti propiziatori durante i quali venivano fatti a pezzi i serpenti. Con il Cristianesimo poi la tradizione cambiò con il capitone che sostituì il serpente: da allora mangiare il 31 dicembre l’anguilla fritta è diventata una tradizione per scacciare via la malasorte.